Campo Largo in fiamme: mentre la destra trema, la sinistra si sbrana da sola

Mentre il centrodestra vive la sua notte più buia con franchi tiratori in aula, la sinistra italiana, invece di approfittarne, si sta autodistruggendo in pubblico. È la paradossale storia di questi giorni: il cosiddetto campo largo tra PD, Movimento 5 Stelle e alleati, che dovrebbe presentarsi come alternativa compatta al governo Meloni, esplode in divisioni profonde su Russia, riarmo NATO, leadership e perfino sul simbolo del partito. Chi dovrebbe colpire l’avversario indebolito regala invece tempo prezioso alla premier. Un’occasione sprecata che rischia di trasformare una vittoria annunciata in una sconfitta annunciata.
Tutto esplode al comizio unitario di Napoli. Doveva essere la foto della compattezza dell’opposizione e diventa invece la prova della frattura insanabile. Giuseppe Conte attacca duramente il riarmo e la NATO, sostenendo che si sta costruendo artificialmente una minaccia russa per giustificare spese militari eccessive. Immediata la rivolta nel PD: l’ala riformista ed europeista, guidata da figure come Giorgio Gori, insorge. «Come possiamo far finta di niente?», scrive l’eurodeputato, sottolineando l’abisso tra chi vuole continuare a sostenere Kiev e chi accusa l’Europa di alimentare la corsa agli armamenti. La crepa nascosta per mesi esplode davanti alle telecamere nel momento peggiore.


La guerra interna si fa ancora più feroce con l’intervento di Pina Picerno, ex PD e oggi vicepresidente del Parlamento europeo. In diretta tv definisce per ben sette volte l’alleanza Schlein-Conte come “il campo di Lavrov”, accusando apertamente la segretaria del suo ex partito di essere appiattita su posizioni filorusse e di fingere di essere morta sul tema.
Non è la destra ad attaccare: è una voce europeista di sinistra che denuncia la deriva dell’attuale PD. Nel frattempo Elly Schlein sceglie il silenzio pubblico, lasciando che siano gli altri a prendersi la scena. Conte alza il tono e detta la linea, mentre la leader del primo partito rincorre per non rompere del tutto. Un’alleanza con due capitani che tirano in direzioni opposte.

A complicare il quadro arriva la bomba giudiziaria: Beppe Grillo ha trascinato Conte in tribunale per la proprietà del nome e del simbolo del Movimento 5 Stelle. La prima udienza è imminente e, se Conte perdesse, il suo partito dovrebbe cambiare identità. Un leader dell’opposizione che litiga con gli alleati sulla politica estera e contemporaneamente rischia di restare senza la propria creatura.
Eppure, su un punto solo l’alleanza ritrova miracolosamente l’unità: affondare Meloni. Grazie al voto segreto sulla legge elettorale, sfruttando i franchi tiratori della maggioranza, l’opposizione ha battuto la premier per un solo voto. Conte e Schlein chiedono immediate dimissioni, ma alla domanda su quale maggioranza e quale premier alternativo, cala il gelo. Sanno cosa non vogliono, ma non riescono a proporre un progetto comune.
Nonostante tutto, i sondaggi premiano paradossalmente il campo largo, che supera di misura il centrodestra (41,9% contro 41,4% secondo alcuni istituti). Un vantaggio fragile, frutto più dei disastri altrui che di meriti propri. Intanto Giorgia Meloni guarda oltre: apre all’ipotesi di un presidente della Repubblica espressione del centrodestra e sposta la partita sul Quirinale e sulle alleanze di lungo periodo. Mentre la sinistra si dilania in pubblico su Russia, riarmo e simboli, la destra incassa e ragiona sul futuro. Ogni giorno di lite regalato all’opposizione è un giorno di ossigeno per Meloni.
Il paradosso finale è amaro: la sinistra, sbranandosi tra bande tenute insieme solo dall’odio per Meloni, sta salvando proprio la donna che vorrebbe abbattere. Un’alleanza che nei sondaggi è avanti ma politicamente appare incapace di governare. Riuscirà il campo largo a ricompattarsi prima che sia troppo tardi, o continuerà a regalare vittorie alla destra proprio mentre questa sembra più debole? La risposta arriverà dalle urne, ma il tempo stringe.